Parrocchia B.V. Maria del SS. Rosario

San Ferdinando di Puglia (BT)

  
  
  
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Periodico trimestrale dei Chierici Regolari dell'Ordine della Madre di Dio

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Scritto da Nunzio Todisco

 

L’IDEA

Di costruire una nuova chiesa in San Ferdinando di Puglia se ne parlava già alla fine del secolo scorso, dopo appena un cinquantennio dalla fondazione del paese.
La chiesa parrocchiale, l’unica esistente, voluta e fatta costruire per volontà di Ferdinando II di Borbone, non poteva soddisfare, ormai, le esigenze spirituali della popolazione sanferdinandese.
Nel 1899 si cominciò a prospettare l’idea. Più che costruire una nuova chiesa, di ristrutturare o di modificare quella esistente “non potendosi - scrive il Lopez - concepire di continuare ad avere quello sgorbio architettonico proprio al centro del paese".
La costruzione di una nuova chiesa non era da addebitarsi solo allo “sgorbio architettonico”, ma alla inefficienza della struttura, precaria nella stabilità e poco spaziosa ed insufficiente al soddisfacimento delle esigenze spirituali della popolazione.
La Chiesa costruita con “soffitto di canne e ricoperta da volta a legname, non tarderà a minacciar rovina”, presagiva il Cardellicchio. Presagio avveratosi qualche de­cennio più tardi.
Il municipio, nonostante le ristrettezze economiche, aveva provveduto a qualche restauro; ma all’edificio - a giudizio del Cardellicchio - non era stata data “la minima importanza dovuta al decoro del Tempio di Dio” in quanto piccolo ed angusto, rendendosi antigienico “specie quando avvengono le funzioni solenni, pel concorso del popolo così numeroso, da rendere l’aria irrespirabile”.
A parte l’aspetto igienico, il Cardellicchio censurava il progettista del Tempio che avrebbe dovuto costruire "un edifizio di discreta ampiezza".
Nel primo cinquantennio di vita del paese - riferisce il Labadessa - la popolazione sanferdinandese era aumentata da 1.542 anime (settembre 1847 - al momento dell’impianto della colonia) a 8.245, nel censimento del 10 febbraio 1901. La colonia aveva cambiato aspetto. I pagliai erano un ricordo. Al loro posto erano state costruite fabbriche in muratura. La cittadina si era allargata in modo geometrico.
Si andava moltiplicando l’immigrazione con “una grande schiera di muratori, operai e commercianti”. Lo sviluppo del Comune è notevole.
Proprio la trasformazione da colonia a grosso borgo rurale, con una forte produzione vitivinicola, faceva accrescere un fabbisogno spirituale che non sfuggì agli amministratori dell’epoca.
Nei sanferdinandesi era vivo lo spirito di associazionismo religioso. Ne era prova “l’esistenza di diverse associazioni religiose, quali gli aderenti alla Madonna dello Sterpeto, della Madonna della Consolazione, della Madonna del Rosario, le figlie di Maria, del terz’ordine di San Francesco d’Assisi”.
Proprio lo spirito religioso e l’accresciuta esigenza spirituale fece “presa nell’animo di Nicola Pirronti, vice-sindaco, pur non avendo i mezzi a disposizione”.
“Furono applicate tassazioni non ammesse dalla legge; ed il settembre 1899, in occasione della Festa del Santo Patrono, festa grandiosissima costata ben 15.000 lire, veniva posta la prima pietra".
Ma il progetto e le buone intenzioni per dare al paese una nuova chiesa dovevano rimanere tali. Il costo della festa - continua il Lopez - “era bastato a far spendere i pochi soldi riscossi e i molti debiti contratti non venivano pagati”.
Cosi la nuova chiesa non veniva mai iniziata. Anzi i tufi acquistati in precedenza per la sua costruzione vennero rivenduti per sopperire in parte ai debiti.
L’ente pubblico non poteva certamente affrontare la costruzione di una nuova chiesa proprio per la mancanza di mezzi finanziari. Il progetto, tanto desiderato, doveva rimanere irrealizzabile.
Ma l’idea, abbandonata dagli amministratori locali, si andava facendo strada nel sacerdote sanferdinandese Raffaele Lopez, il quale analizzò il problema dal punto di vista dell’esigenza spirituale e poi da quello economico, anche se era quest’ultimo quello prevalente.
Il giovane sacerdote notava l’espandersi del paese a macchia d’olio ed avvertiva che ormai la chiesa matrice diventava sempre più piccola e, molte volte, anche distante dalla vita spirituale dei suoi concittadini.
Bisognava costruire, se non una chiesa, almeno una cappella, in periferia; possibilmente in una zona di grande ed immediato sviluppo urbanistico.
Subito dopo, don Raffaele dovette affrontare il problema più grosso: quello economico. Pur risolvendolo in modo geniale, più volte fu tentato di abbandonare il progetto.

 


MONS. RAFFAELE LOPEZ


Mons. Lopez nasce a San Ferdinando di Puglia il 17 marzo 1869 da Michele e Rosa Veneziani modesta famiglia di contadini.
Il piccolo Raffaele aveva ereditato dal padre la forza e la tenacia; dalla madre quella pietà che avrebbe fatto di lui un vero apostolo di bontà.
Questa pia donna nutriva nel cuor suo un vivo desiderio di consacrarlo al Signore. Lo sognava sempre con gli abiti sacerdotali, nelle funzioni di ministro di Dio.
Suo padre, invece, accusando la scarsità dei mezzi finanziari, tanto necessari per poter affrontare questa carriera, si mostrava piuttosto restio e voleva che lo seguisse nel lavoro dei campi.
Gli anni della fanciullezza di Raffaele Lopez furono dediti alla istruzione ed al servizio di Dio come chierichetto.
Proprio da chierichetto il piccolo Raffaele espresse la volontà di consacrarsi alla vita sacerdotale.
La madre fu contenta della scelta del figliolo, ma volle accertarsi della sua vocazione, prima di avviarlo alla carriera ecclesiastica e sobbarcarsi a grandi sacrifici.
Per questo cercò consiglio ad un sacerdote della vicina Cerignola, don Felice Battaglini, da tutti ritenuto in concetto di Santità.
Infatti costui, proferì alla madre di Raffaele profetiche parole: “Avviate pure vostro figlio alla carriera ecclesiastica, che un giorno farà tanto bene al vostro paese”.
E questa profezia si avvererà in seguito.
Così i genitori assicuratisi che la vocazione del loro figliolo era vera ed incoraggiati dall’allora parroco, don Marino Russo, lo avviarono al seminario; ve lo mantennero con grande sacrificio fino alle privazioni delle cose necessarie.
Mons. Michele Suppa che lo ebbe compagno di studi nel seminario arcivescovile di Bisceglie, asseriva che durante quegli anni di studi, Raffaele Lopez, risplendette per le sue doti di mente e di cuore.
Parlando delle giovani promesse sanferdinandesi, il Cardellicchio additava alla pubblica stima il giovane “Raffaele Lopez di Michele, prossimo alla sacra ordinazione del Sacerdozio, nel seminario di Bisceglie”.
Gli anni trascorsero ed il giovane Raffaele si forma spiritualmente, per affrontare il prestigioso cammino dell’apostolato sacerdotale.
Il 29 ottobre 1892, tra la commozione dei genitori veniva ordinato sacerdote. La profezia di quel sacerdote di Cerignola cominciava ad avverarsi.
Il novello sacerdote voleva subito dedicarsi alla povera gente, ma per la stima e la fiducia riposta in lui dai superiori ecclesiastici, fu trattenuto in Seminario con la carica di prefetto, per essere guida e modello alle giovani vocazioni.
Per un anno dovette restare in seminario ricoprendo la carica affidatagli dai superiori; poi fu destinato ad operare tra i suoi concittadini, come coadiutore dell’allora parroco don Marino Russo.
E questo esperto parroco fu veramente la guida del giovane sacerdote. Lo aveva seguito durante gli anni della sua formazione sacerdotale in seminario, ora che lo ha al proprio fianco, lo guida nei primi passi dell’apostolato.
Passi difficili, specialmente per l’ambiente del novello paese, ancora in fase di sviluppo sociale.
Ciò nonostante Raffaele Lopez riuscì a conquistarsi stima e fiducia dei suoi concittadini. E in questo deve molto a don Marino Russo che, come un vero padre, lo seguiva in ogni sua azione.
Dopo due anni questo parroco veniva nominato vescovo di Marsi in Pescina. Ma l’aria fredda e rigida degli Abruzzi non si confaceva alla salute del neo-vescovo, tanto caro alla santità di Pio X, che lo aveva eletto alla dignità vescovile.
E il suo fedele coadiutore Lopez lo volle ospite in casa sua a San Ferdinando di Puglia, per tutto il resto della sua vita terrena.
Dopo la morte di mons. Russo, Raffaele Lopez veniva nominato vicario del parroco don Michele Piazzolla.
Per un periodo di 22 anni il nuovo parroco e don Raffaele saranno l’uno accanto all’altro in perfetta concordia, nella organizzazione e nelle attività della Parrocchia di San Ferdinando Re.
Il parroco conosceva bene ed apprezzava in tutto l’opera di don Raffaele, nel quale ripose tutta la sua fiducia. Tuttavia, questi mai ne approfittò, ma sempre, in tutte le attività, si comportò con delicatezza e sottomissione, tanto da destare in tutti i fedeli un esempio di edificazione cristiana.
“Modestia e bontà”: queste le sue doti che mons. Francesco Petronelli racchiuse negli auguri del 50° anniversario di sacerdozio di don Raffaele e certamente valgono più di un panegirico.
E lo stesso vescovo sintetizza la figura di don Raffaele dicendo che “nell’esercizio del suo ministero ha trasfuso tutta l’anima sua buona, retta, imparziale, lavorando in silenzio, schivando intorno a sé i facili rumori".
Alla morte di don Michele Piazzolla, avvenuta il 1919, don Raffaele lo sostituisce in quella carica fino alla morte, avvenuta il 21 dicembre 1945 nella sua abitazione di via Canne n° 6, per emorragia cerebrale.
La salma di mons. Lopez fu tumulata nella Cappella cimiteriale della confraternita del Santissimo Sacramento.

“NON UNA CAPPELLA, MA UNA CHIESA”

L’idea di costruire una chiesa, nella mente di don Raffaele prendeva sempre più consistenza. Manifestò l’idea ed il suo pensiero ad alcune donne consacrate all’Ora di Guardia della Madonna del Rosario di Pompei. L’idea era ottima.

Ma come fare? Come comprare il terreno e dove trovare tanto denaro per la costruzione della Chiesa? A questi interrogativi mons. Lopez non sapeva dare una sufficiente risposta, ma non disperava di riuscirci, riponendo tanta fiducia in Dio.

Le pie donne lo incoraggiarono ad affrontare il problema. “Dio vede e provvede” - solevano ricordare a don Raffaele.
Anziché costruire una grande Chiesa, realizzare almeno una cappella sufficiente per riunire poca gente.
Prima di prendere definitivamente questa importante decisione, si recò dall’arcivescovo di Trani, mons. Francesco Paolo Carrano ed espose il suo progetto.
Quel santo vescovo, che lo stimava da tanto tempo per le sue doti ed il suo zelo, dette la sua approvazione, dicendogli: “Ma sicuro, non una cappella, ma una Chiesa, voi dovete erigere”.
Così rassicurato e senza più esitare si mise all’opera, coadiuvato da un comitato promotore e da un gruppo di zelatrici.
Il comitato promotore era formato da Michele Labianca, Giovanni Stella, Salvatore Russo, Leone Leonino, Carlo Casamassima, Luca Camporeale, Paolo Dicugno, Giuseppe Lopez, Orazio Casalino.
Il gruppo delle zelatrici comprendeva: Maria Dell’Aquila, Lucia Delnegro, Sabina Delnegro, Angela Rosa Mavellia, Anna Laserra, Nunzia Stella, Maria Saveria Papagno, Giovanna Armenio, Rosaria Mastrodomenico. Proprio Michele Labianca, che presiedeva il comitato promotore, ricco possidente terriero, offriva a don Raffaele il terreno necessario per la costruzione della chiesa. Siamo nel 1909!
Questa offerta, forse inaspettata, ma alquanto desiderata, fu gradita a tutti coloro che lavoravano al progetto e fu preso solo quel terreno che si ritenne fosse necessario per l’edificazione della Chiesa, senza pensare al suo futuro sviluppo.
Un neo, quello della mancanza di spazio, per la chiesa del Rosario, ancora oggi assillata da problemi di locali per le attività parrocchiali.
Don Raffaele non immaginava che la chiesetta fra i campi sarebbe diventata una grande famiglia parrocchiale con tante esigenze. Per la modestia che lo distingueva, prese solo il terreno necessario, non volendo approfittare ulteriormente dell’offerta di Michele Labianca.
Ottenuto il terreno, si cominciò subito la raccolta dei fondi, affidata esclusivamente alle pie donne.
Queste ebbero una parte fondamentale nella costruzione della Chiesa. Oltre a mons. Lopez che ne fu l’anima, a loro si deve un particolare riconoscimento per l’opera prestata.
È doveroso riferire il modo con cui esse si procuravano il denaro.
Sono episodi non scritti in alcun documento ufficiale, ma tramandati verbalmente dagli anziani e da coloro che furono coinvolti da mons. Lopez.
La prima cosa che fecero quelle pie donne, fu la suddivisione in parti uguali delle famiglie sanferdinandesi.
Ogni donna aveva in carico un gruppo di famiglie che venivano “visitate” a scadenza settimanale, e dalle quali riscuoteva l’obolo volontario.
Invece per famiglia venne consegnata una “cartellina” sulla quale venivano annotate le offerte consegnate di volta in volta alla zelatrice.
Erano centesimi su centesimi che settimanalmente si accumularono. Chi visse quei momenti, racconta che i nostri braccianti erano soliti “fare la sopra giornata” per poter versare puntualmente la quota settimanale.
La raccolta dei fondi per la costruenda Chiesa è costellata di tanti episodi che hanno il sapore del fiabesco.
Si andava dalla raccolta di legumi e di mandorle a quella di animali domestici.
Tutto ciò che veniva raccolto era rivenduto per finanziare l’opera. Ci vorrebbe un intero volume per raccontare tanti episodi che descrivono lo slancio e la passione con cui la Chiesa venne costruita. Nonostante la volontà del popolo sanferdinandese, il comitato e mons. Lopez si trovavano quotidianamente ad affrontare gravi difficoltà economiche.


IL PROGETTO


Il primo progetto della chiesa comprendeva, come si è accennato, lo spazio di una piccola Cappella. Essa era lunga una quindicina di metri. Del progetto originario non esiste alcun disegno grafico. Tutto era lasciato all’inventiva e all’abilità del costruttore che “inventava” man mano che procedevano i lavori.
Con istrumento del notaio Adamo Riontino del 16/5/1909 la costruzione della chiesa venne affidata ai muratori Aniello Cosentino e Paolo Anaclerio, suocero e genero. Non esistendo un preciso progetto grafico, i lavori iniziarono con uno spreco di terreno e con le idee poco chiare sull’opera da costruire.
Le fondamenta comprendevano l’area dell’attuale sacrestia fino alla balaustra dell’altare maggiore. Furono iniziate delle grosse colonne che mal si addicevano ad una cappella. A don Raffaele quelle colonne non piacevano; se ne lamentò con i muratori, ma non ci fu verso di far loro cambiare idea.
Ma nonostante l’infelice inizio, i lavori andavano a rilento e constatato che i muratori non avevano le idee chiare sull’opera da realizzare, fu presa la decisione di sciogliere il contratto con Cosentino ed Anaclerio.
Fu rifatto un nuovo contratto con un muratore della vicina Cerignola, la cui abilità e genialità era stata messa a dura prova nella costruzione del Duomo di Cerignola.
Questo muratore era Michele Zefferino che il notaio Riontino definisce “geniale costruttore della nostra chiesa dedicata alla Madonna del Rosario”.
I lavori ripresero nuovamente il 1913. Si andava a rilento! Zefferino demolisce quanto era stato precedentemente costruito ad eccezione delle colonne. Il comitato e lo stesso don Raffaele desideravano che quelle colonne così massiccie ed ingombranti fossero demolite per avere un’opera più lineare e snella, Ma a malincuore dovettero constatare che la demolizione e la costruzione di nuove colonne comportava un aggravio di spese non indifferente. Così fu deciso di far proseguire i lavori mantenendo l’originaria struttura delle colonne della navata centrale. In questa occasione fu deciso l’allargamento della Chiesa, occupando quasi tutto il terreno donato dal Labianca.
Furono gettate le nuove fondamenta con le delimitazioni perimetrali così come si ammirano oggi.
L’idea di costruire una cappella fu abbandonata definitivamente.
Il costruttore Zefferino preparò il bozzetto ed il relativo plastico. La genialità di questo costruttore consisteva proprio nel realizzare l’opera prima in un minuscolo plastico, curando anche i più piccoli particolari, e poi riportare il tutto nella realtà della costruzione.
L’unico spazio lasciato senza utilizzazione fu quello della scalinata che porta ai piani superiori degli alloggi dei padri. In quello spazio padroneggiava un bell’albero di fico, che restò in piedi fino a quando non si pensò di costruire il primo piano degli alloggi. Nella intenzione del costruttore quello spazio doveva servire alla costruzione del campanile.
Così sotto la guida di Michele Zefferino i lavori proseguirono, ma a rilento. Non per volontà del costruttore, ma per l’impossibilità di reperire fondi necessari per la prosecuzione dei lavori. La gente collabora con il comitato e con don Raffaele, pur di vedere realizzata quella che da tutti è considerato un sogno. Sono anni difficili; sono quelli che precedono e seguono la Grande Guerra. La crisi economica e sociale è sentita anche dalla nostra popolazione che nonostante tutto, nutriva fiducia in don Raffaele. Forse, mai come in quella occasione un’intera popolazione si era trovata concorde ed unita per realizzare un’opera!
Tutti gli episodi che i vecchi raccontano, e di cui è stato dato un breve cenno, sembrano favole ed invece sono la semplice realtà che trova la sua forza intorno alla figura dì un semplice ed umile sacerdote.
Il comitato si prodigava alla raccolta dei cereali, lana, vino, olio e legumi per far fronte alle necessità più impellenti che la costruzione richiedeva. Gli anni del dopoguerra furono più duri di quelli dell’anteguerra e questo non incoraggiava certamente la gente a privarsi di una pur minima cosa.
Il più delle volte mons. Lopez venne assalito dallo sconforto di non potercela fare a realizzare quel “sogno”.
In questa dura lotta con le difficoltà economiche, si innestano tanti semplici episodi, come è semplice la gente di campagna. Il comitato, oltre che accettare le offerte di animali domestici come polli e conigli, acconsentì a ricevere in dono anche i gatti che le zelatrici puntualmente rivendevano a quelle famiglie che in casa non ne avevano.
Era una vera gara di solidarietà alla quale dette un impulso determinante la stessa signora Labianca, moglie del presidente del comitato. Ogni domenica raccoglieva le rose del suo giardino per rivenderle e devolvere il tutto al comitato.
All’ombra di tante difficoltà e di tanti episodi che focalizzano il duro lavoro compiuto da tutti, la nuova chiesa prendeva le forme architettoniche attuali.
Quotidianamente, però Michele Zefferino si lamentava con don Raffaele per la mancanza di materiali che rallentavano i lavori o che ne variavano le idee del costruttore.
La carenza di materiali comportava una frequente sospensione dei lavori che venivano ripresi non appena il comitato riusciva a racimolare i fondi necessari per acquistare il materiale richiesto.


FINALMENTE COMPLETA


I muri perimetrali della Chiesa erano stati innalzati fino all’altezza del solaio che mancava. Ma il desiderio di celebrare almeno una Santa Messa in quella chiesa era forte in tutti. Specialmente in don Raffaele che il più delle volte celebrò l’Eucarestia facendo stendere un telone all’altezza dell’altare. In quelle poche occasioni la chiesa, seppur non terminata, si riempiva di fedeli commossi che accarezzavano l’idea di vederla ultimata al più presto.
Ci vollero ben 20 anni di duro lavoro, di sofferenze e di sacrifici, durante i quali era balenata l’idea di mollare tutto! Ma ogni difficoltà era stata risolta con tenacia.
Si giunge, così, nel 1933 e con somma meraviglia degli stessi promotori la chiesa può dirsi ultimata.
Il 12 novembre 1933, tra la commozione generale di tutti i sanferdinandesi, raccolti per l’occasione nel tempio, S. E. mons. Giuseppe Maria Leo, arcivescovo di Trani, con una suggestiva cerimonia consacrava il Tempio alla Vergine Maria del Rosario.
All’interno della Chiesa, a ricordo di quel memorabile giorno, veniva murata un’epigrafe:


TEMPLUM HOC - IN HONOREM - DEIPARAE A SACRATISSIMO ROSARIO - CURA RAPHAELIS LO­PEZ SACERDOTIS - POPULIQUE SUMPTIBUS - A FUNDAMENTIS EXTRUCTUM - YOSEPH M. LEO TRANENSIUM ARCH. - SOLLEMNIBUS CAERIMO­NIS CONSACRAVIT. PRID. IDUS NOV. AN. MCMXXXIII
(“Questo Tempio in onore della Beata Vergine del Rosario, costruito dalle fondamenta con offerte del popolo a cura del sacerdote Raffaele Lopez, Giuseppe Maria Leo, arcivescovo di Trani lo consacrò. 12 novembre 1933”).


La profezia di mons. Carrano si era avverata ed il sogno tanto sospirato di don Raffaele veniva coronato.
Tutto il popolo sanferdinandese si strinse intorno a quell’umile sacerdote per ringraziare Iddio per la riuscita di quell’opera. “Un giorno farà tanto bene al vostro paese”, aveva predetto don Felice Battaglini alla signora Lopez. Ed ora quel “bene” era finalmente giunto nel piccolo paese di San Ferdinando di Puglia.
Il notaio Adamo Riontino, illustre concittadino, immortalava l’opera di don Raffaele e dell’intera popolazione sanferdinandese con la bella espressione “innalzata, anima il nostro arciprete parroco don Raffaele Lopez, col soldo settimanale dei fedeli, aere pubblico, voluntate unius”.
La facciata del Tempio è in stile romanico-pugliese con impronte di gotico, con un bel rosone al centro sormontato dal campanile sul quale svetta l’immagine dell’Arcangelo Michele. Il campanile doveva essere provvisorio ed invece è rimasto definitivo.
Sulla lunetta centrale troneggia la Vergine del Rosario raffigurata in un bellissimo mosaico, posto a cura del parroco P. Antonio Favatà.


Giorno 12 novembre 1933 Io Giuseppe Maria Leo Arcivescovo
ho consacrato la Chiesa e l'Altare in onore di Maria Santissima del Rosario,
ed ho incluso in esso le reliquie dei Santi Martiri Mauro, Sergio e Pantaleone,
concedendo a tutti i fedeli che visiteranno questa chiesa
nel giorno anniversario della consacrazione,
cento giorni di indulgenza da lucrare nella consueta forma stabilita dalla Chiesa.


Nella stessa occasione sugli ingressi laterali furono installati altri due mosaici, in altrettante nicchie, raffiguranti S. Domenico e Santa Caterina. Sul rosone centrale è rimasta un’altra nicchia vuota.
L’interno della chiesa è a tre navate con richiami gotici e romanici. Nel fondo della navata centrale trovasi l’Altare Maggiore con un bel tronetto per l’esposizione del Santissimo Sacramento. Dietro di questo, si innalza l’armonioso trono con l’effige della Vergine del Rosario, opera del pittore napoletano Pietro Russo, eseguita nel 1919.
Con la consacrazione della Chiesa sembrava che tutto fosse stato risolto ed invece ci sono ancora sacrifici da affrontare. Al tempio mancano molte rifiniture. I fondi, come al solito, scarseggiano. Alcune opere sono da completare con urgenza.
Mons. Lopez il 17 dicembre 1934 scrive all’arcivescovo di Trani una lettera: “Eccellenza, le condizioni critiche finanziarie non permettono, per eseguire i lavori della Chiesa del S. Rosario edificata dalle offerte del popolo e dagli innumerevoli sacrifici. L’amministrazione ha in possesso oro votivo offerto alla Madonna, per il valore secondo perizia di L. 1.080. Con tale oro venduto si potranno compiere i lavori per continuare la Chiesa”.
E mons. Leo, che aveva a cuore la Chiesa del Rosario, non poté non accordare il permesso per la vendita dell’oro votivo che comprendeva tra l’altro anelli, orecchini e medaglie.


L’AFFIDAMENTO DELLA CHIESA AI PADRI DELLA MADRE DI DIO


Dopo la consacrazione, il tempio veniva officiato solo nei giorni festivi per la mancanza di sacerdoti che accudissero ai bisogni spirituali delle due chiese: quella parrocchiale di San Ferdinando Re e la nuova del S. Rosario.
Nell’animo di mons. Lopez si faceva sentire il prepotente bisogno di rendere la Chiesa del Rosario un centro di devozione mariana.
Ma come realizzare questa legittima aspirazione, se i sacerdoti del luogo erano pochi ed appena sufficienti alla parrocchia Matrice?
Ora che la Chiesa era stata completata, non era dignitoso vederla chiusa per mancanza di sacerdoti. Don Raffaele cercava, suo malgrado, di essere presente nella sua chiesa ma gli impegni di coadiutore prima e di parroco della Chiesa matrice poi, lo costringevano a dedicarsi saltuariamente alla chiesa del Rosario.
Nella impossibilità, sopperiva con l’invio di qualche altro sacerdote, in sua vece.
Sorse così l’idea di affidare la nuova chiesa ad una comunità religiosa, in vista anche del rapido sviluppo urbanistico della periferia che faceva intravedere la costituzione di una nuova parrocchia nel paese.
Mons. Lopez si rivolge alla Curia Generalizia dell’Ordine della Madre di Dio, offrendo la nuova Chiesa.
Il padre Generale di allora accettò in linea di massima l’offerta del sacerdote sanferdinandese e promise di inviare nel paese un suo religioso per un resoconto più dettagliato della situazione.
Il religioso prescelto fu il parroco di Candela, padre Luigi De Santis, il quale venne in loco e constatò, forse con molto ottimismo, che vi erano tutti i requisiti per la sistemazione di una comunità religiosa.
Nell’occasione, assicurò mons. Lopez che avrebbe fatto il possibile per esaudire la richiesta.
Però quest’ultimo desiderio, mons. Lopez non potè vederlo realizzato, essendo venuto meno il 21 dicembre 1945.
Tuttavia questa sua ultima volontà fu ereditata da tutte quelle anime generose che lo avevano fedelmente assistito nel suo lavoro apostolico, soprattutto dal notaio Adamo Riontino che gli era stato intimo amico e consigliere sapiente e sincero.
Provvisoriamente, in attesa della definizione del passaggio della Chiesa ai Religiosi della Madre di Dio, la Curia Arcivescovile di Trani, l’affidò alle cure di don Michele Dicuonzo che esercitò il ministero per circa due anni.
Intanto la Curia Generalizia dell’Ordine della Madre di Dio assicurò che avrebbe mandato i suoi religiosi nella Chiesa del Rosario. Gli accordi tra l’Ordine della Madre di Dio e la Curia Arcivescovile si intensificarono fino a quando quest’ultima, con decreto n. 1958-46 del 18 dicembre 1946 autorizzava i Chierici Regolari della Madre di Dio a prendere in custodia la Chiesa del Rosario.
I Religiosi presero ufficialmente possesso della nuova Chiesa il 9 marzo 1947.
In questa occasione all’ingresso del paese, sulla strada statale 16 per Bari, fu collocata una croce in ferro su un massiccio piedistallo a “Ricordo Sante Missioni tenute dai Chierici Regolari della Madre di Dio per la loro venuta (9 marzo 1947)”.
Il monumento-ricordo fu fatto eseguire a cura e devozione della famiglia Ferreri.
Con decreto arcivescovile dell’11 febbraio 1947 veniva nominato rettore della nuova Chiesa e successivamente parroco della nuova parrocchia, P. Leandro Speranza.
Completarono la Comunità P. Gilberto Gazzano, la cui memoria è tutt’oggi viva in quanti hanno collaborato alle attività parrocchiali della Chiesa del Rosario, e P. Rodolfo Viviani.
P. Gazzano sarà il primo rettore della comunità religiosa.
Finalmente la Chiesa del Rosario potrà essere aperta al culto, nonostante le molteplici difficoltà di ambientazione che i Religiosi dovranno affrontare.
Ricordando queste prime difficoltà con P. Gazzano, qualche mese prima del suo improvviso decesso, egli rammentava con impressionante dovizia di particolari, l’inventario del materiale a disposizione dei padri, stilato in quella occasione.
C’era un’assoluta mancanza di parametri sacri. Quelli esistenti - ricordava P. Gazzano - non erano in condizioni tali da figurare nelle cerimonie. Le poche stanze messe a disposizione dei padri, situate nell’attuale sacrestia ed ufficio parrocchiale, erano prive di pavimentazione e di servizi igienici.
I padri si adattarono ad alloggiare in quelle squallide stanze senza alcun arredamento: solo una branda ed una sedia.
La gente - continua P. Gazzano - offriva posate, piatti, qualche sedia, lenzuola e tutto ciò che era necessario per alleviare i disagi dei padri missionari.


ANCORA UN PERICOLO


La Chiesa del Rosario diventa parrocchia con decreto arcivescovile del 7 ottobre 1946, integrato da una dichiarazione del 10 maggio 1949 nella quale l’Arcivescovo di Trani procedeva alla costituzione della parrocchia, smembrando l’unica esistente.
Il succitato decreto otteneva il riconoscimento degli effetti civili dal Presidente della Repubblica in data 11 gennaio 1951, registrato alla Corte dei Conti il 24 marzo 1951, n. 38 foglio 76.
Dopo lo smembramento della parrocchia matrice, si verificarono alcuni “sconfinamenti” che dettero vita ad uno scambio di volantini, documenti voluminosi, planimetrie da parte dei parroci delle due parrocchie. La vicenda si protrasse per alcuni anni. Alla base di questi episodi di “sconfinamenti”, che riferiamo solo per dovere di cronaca, c’era l’esatta applicazione del decreto di mons. Francesco Petronelli del 7 ottobre 1946 che determinava il “confine a via Roma, con le sue abitazioni dal lato destro e sinistro appartenevano alla giurisdizione della parrocchia di San Ferdinando Re”.
Il 10 novembre 1966 P. Carlo Danti ottenne dall’arcivescovo di Trani, mons. Addazi, un nuovo decreto che fissava il confine tra le due parrocchie in questi termini: “sia quello destro segnato dalla strada statale n. 16 (per chi va verso Foggia) alla Parrocchia di San Ferdinando Re, il sinistro alla parrocchia del Rosario”.
Con il decreto presidenziale la Chiesa del Rosario fu riconosciuta agli effetti civili “con la dote e la circoscrizione territoriale nel decreto stesso indicato”.
Era parroco P. Ugo Feroci, succeduto a P. Leandro Speranza, nominato con decreto del 30 novembre 1950, anno del Giubileo.
Con il riconoscimento ufficiale dello Stato, la novella parrocchia del Rosario svolge a pieno ritmo tutte le attività che le competono.
I padri organizzano le varie associazioni: dall’Azione Cattolica al Terz’Ordine Domenicano, alla Confraternita del Santo Rosario.
Sostenevano ed animavano queste attività i più accesi sostenitori dell’Opera di don Raffaele.
Ormai quello che era sembrato un sogno, era diventato, agli occhi di tutti, realtà.
La fervida vitalità della Chiesa del Rosario non è che il risultato di lunghe ansiose speranze, di tanto duro lavoro da parte di molti cuori generosi guidati e sostenuti da un Uomo di Dio.
A ricordare tanti sacrifici i Religiosi della Madre di Dio il 24 febbraio 1957, in occasione del decennale della loro venuta, donarono alla Chiesa e all’intera comunità parrocchiale l’Effigie del loro santo fondatore San Giovanni Leonardi.
Alla cerimonia e alla processione che prese il via dal palazzo “Rescigno” partecipò l’on. Michele Del Vescovo.
Tutto sembrava andare per il meglio, quando all’orizzonte apparvero nubi piene di tempesta. Nel luglio 1963, grosse e preoccupanti fenditure, dovute ad infiltrazioni di acqua piovana, facevano mostra sulla volta centrale e sulle pareti laterali.
“E’ immaginabile che questo significativo tempio, stupendo simbolo dell’amore e della fede, dell’unità e della ritrovata fratellanza in Cristo - scriveva il cronista E.L. (Edmondo Leone - n.d.a.) sulla Gazzetta del Mezzogiorno - possa venire abbandonato a se stesso, reso sterile”. Proprio perché ciò non poteva accadere, l’allora parroco P. Carlo Danti, chiamò nuovamente a raccolta i cittadini più volenterosi e cospicui per fede, per stima, per ricchezza di beni spirituali, dando vita a un comitato di cui egli stesso fu l’animatore e l’ispiratore.
Il comitato si propose di raccogliere i fondi necessari per le dovute riparazioni alla volta centrale.
La notizia della Chiesa pericolante, venne riportata dalla stampa. Dalle città del Nord, sedi di tanti emigrati sanferdinandesi, giunsero le prime offerte. Nessuno aveva dimenticato quella chiesa, costata sacrifici; nemmeno quelli emigrati all’estero che fecero pervenire il loro contributo.
Il comitato, intanto, per l’entità dei lavori da eseguirsi, inoltrò una domanda per ottenere un cospicuo contributo dal Ministero dei Lavori Pubblici, contributo anch’esso erogato.
In pochi mesi il comitato riuscì a far eseguire tutti i lavori necessari per il consolidamento delle strutture della volta e il 12 novembre dello stesso anno, la Chiesa del Rosario fu ripresentata ai fedeli nel suo naturale splendore, con una cerimonia alla quale parteciparono, oltre all‘arcivescovo di Trani, alcune personalità politiche della pro­vincia di Bari e Foggia.
In quella occasione si festeggiò il trentennale della consacrazione della Chiesa.

 

(tratto dal libro "La chiesa del soldo" di Nunzio Todisco)

 

 SanFerdinandovecchia 26-vi

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